Succede sempre così. Che maggio arriva sempre prima e te non te ne sei accorta per niente.
Succede che altro che maggio sembra già estate. Che ti senti addosso lo sporco dell'asfalto e del vento, il sudore e i fiori, sparpagliati sulla faccia. Mi ci ero fermata l'altro giorno sui gelsomini, c'ho spiacciacato il naso.
Eppoi, lo sai, che qui dal treno si vedono i campi di papaveri e il cielo è fondo e a un certo punto non so dove, è una cosa che non si sa, si tocca con la pianura, dei coltivi verdi e gialli, delle case lasciate in solitudine e dei canali d'irrigazione. Sanno essere belli, delle volte, anche i canali d'irrigazione. Lo sai, qui da me, ci son gli zingari e forse anche i rumeni che fan merenda ai bordi dei binari, tra i vagoni, tra quelli dismessi.
E delle volte giocano a briscola.
Mi manchi com'eri prima, in amore lo sai non esistono autostrade, ma solo pozzi, comunicanti sottoterra, forse, ma restan pozzi. I pedaggi non esistono te li sei inventati, oppure ti han fregato, tu non ci credere, per piacere, eppoi cos'è 'sta storia dello smerciamento, del valore e della paga?
Quanto sei insperto, più di me, mi sa.
mercoledì 26 maggio 2010
domenica 27 dicembre 2009
(...)
l'indifferenza
era un'impostura, una fascinosa e ingannevole illusione.
G.P.
Suona la sveglia.
Spegni la sveglia.
Non sai che ore sono. Troppo tardi o troppo presto per qualsiasi cosa. Non importa.
Ti giri e rigiri nel letto con fatica, hai una schiena pesante e spalle da sempre troppo larghe.
Solo pieghi le ginocchia e le porti più vicino che puoi al petto. Ti raggomitoli tra le lenzuola. E stringi strette le braccia attorno alle gambe, come fanno con i lacci emostatici per i prelievi. o le iniezioni.
Le dita cucite alle dita.
Chiusa. Sigillata. Inespugnabile.
Sei un uovo gigante. Sei una bolla sepolta sotto il piumone. Separata dal resto e parassita del mondo che sta al di là di quella morbida frontiera.
Decidi di stare ferma, allora. Piantata.
Arenata al coprimaterasso a righe rossoviolarancioni. Immobile e alla deriva. Un relitto lasciato affondare, piombato sul fondale sottovoce.
Intorno l' odore di muffa che trasuda dai muri. La luce filtrata dai buchi delle persiane tutte sgangherate che striscia la stanza. Nessuna nota, nessun rumore. Solo un ronzio sordo e assordante.
Tu lì in sospeso, come un'acrobata al trapezio. Ma senza pubblico. Senza folla.
Nessun applauso. Nessun grido. Nessuna deviazione di copione.
Non pensi niente. Non vedi niente.
Il viso scarno. Il viso in decomposizione.
Tu e i tuoi occhi svuotati che fissano un punto del piumone estratto a caso. Sguardo scremato e occhi che sono acqua avanzata nel fondo del bicchiere alla fine della cena.
La lingua rattrappita e la bocca secca, desertica, come le tasche interne della giacca dove di solito si trovan i due centesimi e le parole scordate. Ma 'sta volta no. 'Sta volta ci trovi dentro le labbra disidratate e solo saliva che sgorga, che ti inumidisce appena e quasi per sbaglio la guancia destra. Non lo sopporti quando succede. Non ti muovi.
Il sudore immotivato che scivola giù dalle tempie. Nessuna paura, nessuna attesa.
I seni gonfi schiacciati nella morsa delle cosce. Per farli scomparire e scordare di averceli mai avuti. Solo del pus sottopelle mai esploso. Solo un escrescenza emersa per errore dalla pianura di un petto bambino.
Tu, immobile e immacolata nel tuo sudario.
Necessaria e insufficiente.
Accuse e scuse.
Tu e la tua pelle, membrana da accarezzare, da leccare, da tagliare, da bucare. Crosta scrostata, lattina accartocciata.
Tu e la tua carne troppo ingrassata, già putrescente e guasta.
Tu e il cratere anatomico ritagliato in mezzo alle gambe strettesaldate dal giro delle braccia, solo un buco per pisciare. Solo un buco per lo scolo mestruale. Lo senti il calore del piscio e del sangue che sbrodola giù per le cosce, dove la pelle è più morbida e accogliente. Lo senti l'odore appuntito.
Non provi fastidio, schifo, o piacere. Non provi niente.
Semplicemente accade. E tu semplicemente lo lasci accadere.
Lasci che il tempo scorra senza che niente possa colpirti, possa scalfirti
Come se fossi altro.
Come se fossi altrove, distante oltre la riga nera del davanzale.
Tu, parola ingoiata, arto mutilato.
Tu, solo sporco sotto le unghie.
Pezzo per L'Idioteca, n. 3 Gennaio 2010.
Accuse e scuse.
E se vai all'Hotel Supramonte e guardi il cielo
tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo
e una lettera vera di notte falsa di giorno
poi scuse accuse e scuse senza ritorno
e ora viaggi vivi ridi o sei perduta
col suo ordine discreto dentro il cuore
ma dove dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore.
Grazie al cielo ho una bocca per bere e non è facile
grazie a te ho una barca da scrivere ho un treno da perdere
e un invito all'Hotel Supramonte dove ho visto la neve
sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete
passerà anche questa stazione senza far male
passerà questa pioggia sottile come passa il dolore
ma dove dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore.
E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome
ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme
ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano
cosa importa se sono caduto se sono lontano
perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole
ma dove dov'è il tuo cuore, ma dove è finito il tuo cuore.
F.d.A.
tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo
e una lettera vera di notte falsa di giorno
poi scuse accuse e scuse senza ritorno
e ora viaggi vivi ridi o sei perduta
col suo ordine discreto dentro il cuore
ma dove dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore.
Grazie al cielo ho una bocca per bere e non è facile
grazie a te ho una barca da scrivere ho un treno da perdere
e un invito all'Hotel Supramonte dove ho visto la neve
sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete
passerà anche questa stazione senza far male
passerà questa pioggia sottile come passa il dolore
ma dove dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore.
E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome
ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme
ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano
cosa importa se sono caduto se sono lontano
perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole
ma dove dov'è il tuo cuore, ma dove è finito il tuo cuore.
F.d.A.
giovedì 3 dicembre 2009
E stamattina mi sono svegliata 55 minuti dopo che era suonata la sveglia. Mi ero presa 60 minuti per arrivare in orario a uno di quelli impegni inderogabili. quelli che ognuno ha almeno una volta al giorno. come andare al lavoro, uscire con il ragazzo con cui hai una storia ancora precaria, fare la cacca.
Io dovevo andare da un mio amico che faceva la sua laurea. era un amico che non vedevo da unsacco di tempo. sono arrivata in ritardo. solo di dieci minuti. ma loro mica lo sapevano che io mi ero svegliata solo 15 minuti prima. e allora pensavo a cosa avrebbero pensato. loro. di me. io mi ripetevo che ero stata brava. che mi ero ripresa in tempo. un ritardo di 10 minuti non è niente, un semaforo rosso, l'algerino che ci mette troppo a lavarti il vetro davanti della macchina. ma no. io ero in bicilcletta. non mentire a te stessa cazzo. eri in bicicletta punto e stop. non c'è nessuna giustificazione.
fatto sta che sono arrivata che ho visto questo mio amico che usciva dal portone della facoltà di girisprudenza di via zamboni di bologna che stava andando via nonsodve e allora io ho urlato. ho urlato forte per chiamarlo indietro. aspetta gli ho gridato. ou! aspettami. non mi sentiva lo stronzo. cazzo cazzo troppa gente sotto i portici e le bici e le cartelle e i nigeriani vendi accendinicalzettifazzoletti mi impedisocno di vederti la nuca.
poi.
ti giri.
mi vedi.
e sorridi.
Io dovevo andare da un mio amico che faceva la sua laurea. era un amico che non vedevo da unsacco di tempo. sono arrivata in ritardo. solo di dieci minuti. ma loro mica lo sapevano che io mi ero svegliata solo 15 minuti prima. e allora pensavo a cosa avrebbero pensato. loro. di me. io mi ripetevo che ero stata brava. che mi ero ripresa in tempo. un ritardo di 10 minuti non è niente, un semaforo rosso, l'algerino che ci mette troppo a lavarti il vetro davanti della macchina. ma no. io ero in bicilcletta. non mentire a te stessa cazzo. eri in bicicletta punto e stop. non c'è nessuna giustificazione.
fatto sta che sono arrivata che ho visto questo mio amico che usciva dal portone della facoltà di girisprudenza di via zamboni di bologna che stava andando via nonsodve e allora io ho urlato. ho urlato forte per chiamarlo indietro. aspetta gli ho gridato. ou! aspettami. non mi sentiva lo stronzo. cazzo cazzo troppa gente sotto i portici e le bici e le cartelle e i nigeriani vendi accendinicalzettifazzoletti mi impedisocno di vederti la nuca.
poi.
ti giri.
mi vedi.
e sorridi.
venerdì 16 ottobre 2009
Una volta Vjačeslav Molotov mi ha raccontato una cosa.
“Ok. Questo è matto”.
“E Lo sai Signorina che cosa è un simbolo? Eh? Lo sai? Te lo dico io che cosa è. E' semplicemente un contenitore con dentro un contenuto costituito da mille e mille pezzettini. Tutto è... è... (non gli veniva la parola a Vjačeslav) è...sintetizzato, ecco, lì dentro. Compresso. E usare i simboli per comunicare è la storia più vecchia del mondo”.
“Cazzo vuole sto qua?”. Faccio per andarmene.
Ma Vjačeslav non aveva finito: “ Voi e la vostra generazione dei simboli, dei miti, degli idoli ci ha fatto scorpacciate su scorpacciate. Eravate talmente affamati che non vi siete accorti di quanto sono diventati marci, che sono andati a male che uno dopo l'altro adesso crollano come l'intonaco dei muri delle vostre stanzette calde”.
“Come il muro di Berlino”. Aggiunse. A labbra strette e occhi bassi.
Che adesso ognuno se ne porta a casa un pezzettino come soprammobile di una libreria di ricordi. Aggiunsi. Senza aprire la bocca.
Simboli svuotati.
Cavi, come i buchi degli occhi.
Simboli da raschiare con il cucchiaino, come i barattoli di marmellata finiti.
“Tu lo sai che cosa è una M-O-L-O-T-O-V, signorina?” Mi chiese. E senza lasciarmi il tempo di aprire la bocca cominciò con fare professionale, raddrizzando la schiena e sollevando il naso all'insù: “Trattasi per l'appunto di tal ordigno improvvisato costituito di:contenitore ovvero bottiglia di vetro + contenuto ovvero liquido infiammabile, solitamente la cara vecchia benzina. Funzionamento: incendiare l'innesco di fiammiferi, lanciarla, così si spacca per terra e si frantuma. I pezzi di cui è composta sono sparati dovunque. Per aumentarne la nocività può essere inserito anche del polistirolo, che a contatto con l'altro elemento, cioè la benzina si scioglie, generando un surrogato del napalm. Gli effetti della molotov possono essere letali più il liquido è concentrato e la superficie ustionata è estesa.”
“I vostri simboli sono come le molotov”. Mi ripeté sottovoce all'orecchio. Puzzava di vodka, Vjačeslav. Prese. Si sistemò per bene la sciarpa fin sotto gli occhi e se ne andò via tra la neve che scendeva a dirotto. Senza alcun rumore di passi lì a dirmelo.
Si che lo so che cosa è una molotov. Caro Sig. Vjačeslav.
So che quando esplode tutti i pezzi se ne vanno a vanvera dovunque.
Ma tu non lo sai dove vanno a finire Caro Sig. Vjačeslav.
Te lo dico io. Anche se te ne sei andato via e non mi puoi più sentire.
Vanno a finire negli angoli d'ombra delle strade, quelli che nessuno guarda mai. Nelle uscite sbagliata dell'autostrada. Nei posti dove ti sei perso da bambino e in quelli dove ti perdi da grande. Nelle cartine bucate. Negli esperimenti malriusciti. Nelle mani sporche e negli occhi rossi.
E da 'ste schegge extra-vaganti, Caro Sig.Vjačeslav, noi possiamo risintetizzare tutto.
Addizionare e ottenere tutti i risultati imprevisti che vogliamo.
Risintonizzare tutto.
Creare suoni in-auditi.
Pensavo queste cose qui, una volta a Leningrado. Che non si chiama più Leningrado, Senza più nessun fuoco delle Guardie Rosse acceso a illuminare la strada.
giovedì 24 settembre 2009
Tra poco sarà il tempo di andare al mare.
con i jeans tirati su un pò più sopra delle caviglie. le maglie vecchie sdrucite. i capelli pieni di sale che quando il vento te li fa mangiare hanno un sapore. il sale.
sarà bello anche con delle maglie che uso tutti i giorni per fare una cosa da tutti i giorni. e anche con i capelli raccolti. che ci pensa poi il vento a spettinarmeli. che lo fa da sè.
ottobre che cosa ci riserva nelle botti del vino buono. ci riserva la nebbia da districare. e i boschi giallirossimarroni. gli scricchiolii delle foglie quando le pesti. colonne sonore di un autunno ancora da cominciare. la spiaggia grigia uguale al cielo.
con i jeans tirati su un pò più sopra delle caviglie. le maglie vecchie sdrucite. i capelli pieni di sale che quando il vento te li fa mangiare hanno un sapore. il sale.
sarà bello anche con delle maglie che uso tutti i giorni per fare una cosa da tutti i giorni. e anche con i capelli raccolti. che ci pensa poi il vento a spettinarmeli. che lo fa da sè.
ottobre che cosa ci riserva nelle botti del vino buono. ci riserva la nebbia da districare. e i boschi giallirossimarroni. gli scricchiolii delle foglie quando le pesti. colonne sonore di un autunno ancora da cominciare. la spiaggia grigia uguale al cielo.
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